Lettere da Kamakura, pt. 1

Lettere da Kamakura, pt. 1

Cara,

Il mio aereo è appena salpato per l’oceano del cielo. Non mi viene difficile guardare dal finestrino e intravedere le nuvole che leste si intrecciano per creare buffe ombre sulla terra e far sì che gli uomini abbiano qualcosa da guardare, sia in basso che in alto. Ora che ci penso, le nuvole danno una possibilità agli esseri umani di pensare, di immaginare, di fantasticare o, comunque, di intravedere qualcosa che nella loro realtà non possono vedere.

Ho appena incrociato lo sguardo di un bambino zampettante nel corridoio. Capelli biondi, musino imbronciato e Converse di vecchia data che sembrano Superga ma non lo sono affatto. Mi ha sorriso, ha sbuffato ed è andato via. Probabilmente voleva fermarsi, a chiedermi perché al mio fianco non ci sei, ma avrà capito che chiederlo magari era stupido, però di stupidità si vive, si inneggia alla vita, e l’intelligenza sembra non esser tale, quando là si guarda attraverso la stupidità. Pensaci, siamo esseri intelligenti eppure la stupidità ci porta via da questa definizione. Ma, in un certo senso, siamo sicuri che la stupidità sia questa? Che la stupidità sia esattamente la definizione che le abbiamo dato? E se fosse altro? Pensi sia stupido, perdersi negli occhi di qualcuno, intravederlo nelle sagome del mare visto dall’alto, chiedersi se quel lembo di cielo che si sta vedendo sia lo stesso? É ovvio che se dovessimo fare un discorso prettamente scientifico, allora sì, è ovviamente stupido, perché sappiamo ben rispondere ad alcune di queste domande. Ma, io sono un uomo di scienza, posso forse reputarmi stupido per amare infinitamente? Posso forse chiudere i ponti con la razionalità e inoltrarmi in un mondo che non conosco? Certo che sì, certo che no. Posso e non posso, potrei e non potrei. Devo solo scegliere, si deve solo scegliere, è solo una scelta, e la mia scelta l’ho già fatta tanto tempo fa.

Le nuvole viste da qui sembrano non so neanche cosa. La luce le riflette, le attraversa e la concentrazione di quell’elemento resta ferma lì a farsi trasportare. Mi intravedo nel riflesso del finestrino, anche se un riflesso vero e proprio non c’è. Ho la gola secca, prendo qualcosa. Ogni cosa, sull’aereo, ha un prezzo esorbitante: credo sia dovuto al fatto che trasportare anche solo un grammo abbia un costo ben preciso. Trasportare tutto l’amore che si riesce, ha un costo ben preciso, un costo che difficilmente tutti possono sostenere: forse nessuno, può farlo, o forse sono io, a non sapere, e tutti possono, tranne me, magari. Trasportare l’amore e ipotecare il cuore, una delle sfide più drammatiche è quella di assaporare i colori del mondo con degli occhi in bianco e nero, è quella di ascoltare un vinile senza farsi piacere il difetto della puntina, tanto particolare quando irrimediabilmente nostalgica, nella accezione del tuo ricordo.

La conclusione di tutto questo è che non c’è altro da dire sull’amore, sul innamoramento, se non tutto quello che ancora c’è da dire. Non è arte, non è un prodotto commerciale, non è una vibrazione d’empatia, non è niente di tutto ciò ed tutto questo più qualche altra cosa in più. Non è neanche farti il caffè la mattina e aspettare che la macchinetta non ululi mai più, così da darmi ancora più tempo con te; non è il guardarti studiare e ripetere ogni singola parola nella mente; non è fare l’amore con te, che non si sa come si faccia, si sa solo dove vi si perde, come ci si sente, quanto possa il tempo diluirsi, nel mentre; non è il contare le volte in cui ti giri di notte, perché io non dormo che il sonno mi ha abbandonato e mi ha fatto un piacere, lasciandomi più tempo per guardarti; non è il viaggiar e il vedere il mondo, osservare quali sono i colori che più ti piacciono e riprodurli a casa nostra; non sei neanche tu, l’amore, perché se lo fossi, non potrei pensarti, scriverti, ascoltarti, in definitiva amarti, amore mio.

Non è sicuramente la retorica, l’amore, lo è forse per un po’ di tempo, quando la conoscenza delle più intime segrete di un’anima porta alla necessità di una chiave che possa aprirla. Non sono le parole dette o non dette; forse quelle pesate e pensate ma che suggellano, semplicemente, nel mondo reale, un pensiero che aleggia nel tempo, oramai da tempo. Non è la verità né la falsità. Non è la totalità del tutto, ma è la completa assenza del niente.

So quello che non è, so quello che è. So che i dettagli delle tue espressioni, il sorriso delle tue labbra, gli occhi dei tuoi orgasmi e la leggerezza della tua pelle sono amore. Lo sono, inconfutabilmente, senza eccezione alcuna. Lo è il tuo chiudere gli occhi piano, per abbandonarti a  Morfeo, lo è l’evoluzione del tuo sguardo e del tuo umore, lo è il tuo tagliare la pizza, prepararla, metterla in forno, lo è anche e soprattutto l’idea, della pizza. Lo è il tuo mentire, lo è il tuo essere sincera. Lo è il tuo dormire in aereo, lo è il tuo esser infreddolita, lo è il tuo leggere i libri e prendere una tazza ungherese di caffè. Lo è il tuo esistere, vivere, respirare. Lo è il tuo essere codarda, avere paura. Lo è il tuo voler bene, la tua cattiveria, il tuo ricordare e il tuo dimenticare.

É tutto questo ma probabilmente, è di più. E non penso, che nella totalità del tempo umano, qualcuno mai possa definire con esattezza cosa sia l’amore. Per farlo, si ha necessariamente bisogno di almeno una cosa: tu.

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Della fede nella luna

Della fede nella luna

Se dovessi seguire il sole, la luna o qualsiasi altra stella, probabilmente non saprei farlo, più che altro, non saprei scegliere. Non mi importa di scegliere una stella fra le tante, al bando questa cazzata dello scegliere tra le banalità, perché? Perché devo forgiarmi di una scelta tra mille, di una scelta che non ha alcuna differenza con tutte le altre? Non si sceglie così, non si fa, è un maledettissimo peccato, è un omicidio. Non voglio l’aborto della mia fantasia per una scelta banale, per una scelta comune. Che poi, non ditemi, per favore, come faccio a stabilire cosa sia banale, comune, e cosa no? Non c’è bisogno di adottare un lessico ontologico, non c’è neanche bisogno di parlare, in verità; non c’è bisogno di portare le mani in aria e guardare attraverso le dita, quanto il cielo sia chiaro, quanto le nuvole siano turisti dell’immaginazione, persi a girare in tondo.

Non c’è bisogno di osservare o di ascoltare, per riferirsi a qualcosa, c’è soltanto bisogno di fede, fede assoluta. C’è bisogno di chiudere gli occhi e no, non ascoltare il cuore: c’è bisogno di non fare alcunché. C’è bisogno di star fermi, di lasciarsi travolgere, di osservare la morte con i propri occhi, di morire dal freddo in piena estate, di ascoltare la fame divorarti e comunque non aver il bisogno di mangiare, di ascoltare i passi del tuo assassino, di assaporare ogni centimetro di dolore che abbraccia l’argento di quella lama affilata.

Non c’è bisogno di scegliere, per seguire. C’è bisogno di avere fede. Sapete, la schiusa delle uova delle tartarughe porta con sé un’interessante fenomeno. Appena apparse nel mondo esterno, le tartarughe non hanno alcuna concezione mentale, non hanno ancora imparato a ricordare, non ricorderanno nulla di quello che possa succedere; non sanno dove andare, non sanno cosa fare. Non c’è nessuno che le aspetta fuori, sono lì, sole, al buio pesto della notte. Nascono con un solo sentimento intrinseco: la fede nella luce della luna. L’unica cosa che sanno, in cui hanno fede, è che la loro destinazione è segnata dalla luce della luna: il suo riflesso, nell’acqua, li porterà lontane, a viver la propria vita, a scoprire la beatitudine del mare. Loro hanno scelto, ancor prima di venire al mondo, e la loro scelta, che sia arbitraria o meno, è la migliore scelta che potessero mai fare.

Mi sento tanto una tartaruga appena uscita dal guscio: non so dove andare, non so cosa fare, ho già fatto la mia scelta, ho scelto bene, ho scelto con tutte le conseguenze del caso. E so, che dovessero passare miliardi di minuti, riuscirò a scorgere il riflesso della luna e mi incamminerò, piano, verso la magnificenza del mare.

La consapevolezza della verità

Una stretta di mano, un saluto, uno sguardo. Non si riuscirà mai, a sapere, di cosa sia fatto il mondo, quando il mondo ti guarda con gli occhi di chi ti mente, di chi ti crede così inconsapevole da non darti alcuna consapevolezza. È nella profondità delle menzogne che si intravede la magnificenza dell’essere umano: restiamo nascosti all’ombra di parole che non crediamo, che non vediamo, di parole che rimbombano nella mente come una palla da tennis fa l’amore con le racchette dei partecipanti di un torneo dove non conta vince, conta mentire, mentire forte, chi mente vince, chi fugge vince, chi fugge mentendo ottiene il primo pieno.

Questo, tutto questo, nella consapevolezza che mentiamo a chi di noi non ha alcuna forma o sostanza, che mentiamo come principale attività odierna ed attuale. Si deve mentire, perché questo vuole il sentimento, questo vuole il (non) sentimento; mentiamo perché pensiamo, pensiamo sia la cosa più giusta da fare, la cosa più giusta da fare per chi ci sta di fronte. In fondo, chi ha mai voluto la verità? La verità fa male, fa malissimo, ma le bugie, allora, che fanno? Voglio finir di crescere in un mondo dove le bugie non esistono, non ho bisogno di macchiare la mia fantasia di ipocrisia, non ho bisogno di leggere il libretto di istruzioni di un robot il cui unico compito è mentire. Non sento la necessità di avvicinarmi a te, darti un bacio, piano, e usare quelle stesse labbra per mentirti.

Non ne ho la necessità, non ne abbiamo la necessità. Si potrebbe, si dovrebbe esser migliori di così, smettere di pensare di radicare le nostre anime in un terreno fertile per le menzogne; non abbiamo questa necessità, si potrebbe esser migliori, senza cercar di essere peggiori. Peggiori, portando a braccetto la prima bugia dell’ultimo minuto, e mostrarle il salotto, invitarla a sedere e a prendersi un caffè al mattino. Si potrebbe esser migliori, si potrebbe esser meno stupidi, in realtà. Le menzogne non hanno alcunché di interessante, di intelligente: sfuggire la realtà non è una novità, non è una peculiarità, è la cosa più vecchia del mondo. L’umanità mente, mente da sempre, da quando si è scelti di esser un involucro e non un contenuto.

Le menzogne esistono, esisteranno, sempre. Non è semplice, facile, accattivante, dire la verità. La verità non ha senso, è una cosa “nostra”, no? Eppure, hai mai provato a dir una menzogna a qualcuno che già conosce la verità? Lo hai fatto, guardando quella persona negli occhi? Se sì, ti sarai accorto, di come la fiducia sia difficile da conquistare ma dannatamente facile da distruggere; lo potevi vedere nei suoi occhi, quando scandivi con le labbra una bugia morta sul nascere.

La consapevolezza di sapere la verità rende le menzogne straordinariamente cattive, le sorgenti delle stesse incredibilmente tristi.

Il viaggio, pt. 1

Il viaggio, pt. 1

Supponiamo un viaggio.

Un viaggio di quelli che lo organizzi mesi prima, perché c’è da vedere e fare un sacco di cose: prima il treno, poi l’aereo, poi il pernottamento, poi questo, poi quest’altro. Un viaggio di quelli che ti sembra infinito, ancora prima di iniziarlo, perché si sa, che se viaggi, l’infinito lo tocchi, asintoticamente, sì, ma lo tocchi, ti inebri del suo profumo, lo vedi prepotentemente avvicinarsi a te e con fare sghignazzante ti prende per mano e ti porta a fare un girotondo, in un parco che non si capisce mica dove inizia e dove finisce il fiume.

È un viaggio unico, è la prima volta che lo fai. Ti prepari, con tutto il necessario. Fai passare solo poche settimane, prima di aver già deciso cosa portare con sé e cosa non. Manca ancora moltissimo, ma già prepari la valigia, o perlomeno passi i giorni a fantasticare su come potrebbe essere: un libro qui, un giradischi lì (ci entra?), un braccialetto qui, un itinerario che grazie a dio qualcuno l’ha fatto per te (voi), una penna, un cappotto enorme e via altre centinaia di cose che neanche riesci a contarle però sono estremamente importanti; tutto, è estremamente importante.

È un viaggio di quelli spezzato in più giorni, in più mesi, magari, preferibilmente, in più anni. Devi prendere un treno, un treno che scompare appena metti piede sulla carrozza che ospita il tuo posto; devi prendere un aereo, che ad una certa altezza vedi le nuvole che ti sembrano mozzarelle e le schianti in pieno; ne devi prendere un altro, per attraversare il mare, le montagne, le colline, per attraversare tutto. In verità, ti chiedi se ti interessa, guardarti attorno, o soltanto guardare al tuo fianco. La risposta la conosci, ma per non farti internare nel reparto degli idioti empaticamente lesi non la dici, la tieni per te, la coltivi, ne fai una minuscola pianta che con un po’ d’acqua e un sorriso ogni dì cresce, cresce smisuratamente fino a diventar come l’edera, che avvolge tutto, fin quando il tutto non crolla, e non resta alcunché da avvolgere.

È un viaggio pieno di miracoli. Un viaggio che dura mesi, che ti sembra di fare il turista sempre e solo dello stesso posto, mentre in realtà ogni ciottolo, ogni incrocio, ogni segnale stradale, ogni foglia, ogni secchio della spazzatura, ogni micio che incontri, ogni discussione forzata, ogni tramonto e ogni alba risultano sempre, costantemente, irriducibilmente diversi, perché hai scoperto il segreto della pietra filosofale, come si fa a vivere, come si fa a vivere per sempre.

È un viaggio, forse è il viaggio. Quando lo inizi, hai già le scarpe rotte, le carte di imbarco sgualcite, le corse contro il tempo per prendere un autobus, lo zaino dimenticato dall’altra parte della città sotto litri e litri di birra artigianale di cui non ricordi il nome. Quando lo inizi, sei già in viaggio ancor prima di partire, ancor prima di rendertene conto. Quando lo inizi, quando lo vivi, sai che l’unica meta è il perdersi, costantemente, totalmente, inevitabilmente perdersi sulle note dei posti che visiti.

Adesso, supponiamo l’amore.

Sì, esatto.