Di come si fa a guardare il mondo

Di come si fa a guardare il mondo

Sotto l’insegna di colore arancio di un noto ristorante siberiano navigava un piccolo micio rosso; in quella chiara notte di novembre, rovinava sui ciottoli intrisi d’acqua e speranza con le sue zampe piccine, cercando equilibrio sui baffi e tastando l’aria col naso rosa, cercando di accalappiare qualche odore proveniente dalle cucine di Atlantide.

Sotto l’insegna di colore arancio di un noto ristorante siberiano, restava seduto, coi gomiti sul tavolo, un signore dai baffi argentati e un naso inesistente. Sul lato destro del tavolo aveva una penna, di quelle belle, non stilografiche che oramai son passate di moda, ma di quelle che non passano mai di moda: era una di quelle penne con cui si scrivono ancora le lettere d’amore, quelle lettere belle che non si inviano mai, perché guai a far sapere che si è innamorati.

Sotto l’insegna di colore arancio di un noto ristorante siberiano, restavano in piedi, sotto un ombrello, un uomo e una donna. Entrambi sugli -anta, forse, stavano lì a curiosare tra le vetrine, tra le intercapedini delle porte e tra le gocce di pioggia che, cadendo, scrosciavano sulle finestre ben chiuse delle mansarde, quelle dove la luna di notte si controlla trucco e parrucco. Restavano lì, sotto un ombrello, e bofonchiavano tra loro, ma in modo carino. Erano strani, perché immersi in una specie di baratto: lui si era appena reciso un orecchio, e lei si era cavata un occhio. Lui voleva osservare i dettagli che osservava lei; lei voleva udire i particolari che udiva lui.

Sotto l’insegna di colore arancio di un noto ristorante siberiano, non c’era più nessuno. A quell’ora, erano tutti andati a casa, chi da solo chi accompagnato, e chi non aveva una casa era andato a vivere il mondo. Tutti erano andati via, non vi era più niente e nessuno. Eppure, sotto quella insegna, bastava aprire un attimo gli occhi, bastava fermarsi un attimo ad ascoltare, bastava esserci, per diventare notai della pioggia scrosciante, dei vetri ululanti, della luna gradassa. Bastava esserci, per assistere a tutto ciò che è.

Di come si fa a respirare

Di come si fa a respirare

Da quando le barche all’orizzonte hanno iniziato a flettere le proprie vele per abbracciare il maestrale, il sole ha deciso di vestire un buffo cappello, dalla forma tubolare e dai contorni viola violacei.

Da quando gli alberi hanno iniziato a dar confidenza al vento, stringendogli le folate, le nuvole hanno deciso di metter su una valigia di cartone piena d’aria, per partire via, lassù, ad incontrare l’addetto alle luci e il tecnico del suono.

Da quando le montagne han iniziato a scrollarsi di dosso le pendenze, i piloti di linea passano tutto il loro tempo a dar il cinque ai bambini che li guardano avvicinarsi a supersonica velocità.

Da quando le domeniche hanno smesso di esser domeniche ho pensato che, forse, gli altri giorni della settimana si siano sentiti un po’ più soli. Da quando le settimane si sono ribellate a questa imposizione dei sette giorni, le ho sempre viste al bar la mattina presto a bere caffè e malcontento. Da quando i secondi hanno smesso di essere secondi, il tempo ha deciso di togliersi quella maglia a righe e filare via tra le sbarre.

Da quando ho iniziato a non guardare, ho dimenticato, un po’, come si fa a respirare.

Delle catene, pt. 1

Con il senso estremo di una morte ululante nel pieno della notte, quando la polvere sui vetri minacciava il mare di non fare alcunché. Nascono con un rond de jambe e io cerco te. Non si riuscirà mai, a sapere, di cosa sa l’aria quassù. Nella particolarità dal mare, per non naufragare. Ho sognato di camminare e contare le foglie che cadono sono lacrime, degli alberi che non crediamo, che non vogliono lasciarti andar via. Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, quando il mondo del tempo, dove tutto è e non resta alcunché da avvolgere. Ho sognato di camminare e contare le foglie che cadono sono lacrime, degli alberi che non vogliono lasciarti andar via. Non c’è bisogno di adottare un lessico ontologico, non c’è neanche bisogno di chiudere gli occhi e no, non siamo alberi. Non c’è bisogno di avere fede. Mi piacque raccontarti di come il senso del meraviglioso coincidesse con gli occhi e no, non ascoltare il cuore: c’è bisogno di avere fede. Ti vedo, esuberante nel tuo chiarore virtuale, splendere all’insegna d’un sole che non ha alcuna forma o sostanza, che mentiamo come principale attività odierna ed attuale. Non voglio l’aborto della mia fantasia di ipocrisia, non ho mai letto, che non posso capire; t’ho vista per la prima volta sul perimetro di un fiorito rosso crepuscolo. Ho sognato di camminare e contare le foglie sono lacrime, degli alberi che non vedo i colori. Dammi la mano, andiamo lassù, spicchiamo il volo e non è, attualmente, nell’istante in cui non sei. Peggiori, portando a braccetto la prima volta tra l’avere e il vedere; t’ho vista per la prima volta in un terreno fertile per le menzogne; non abbiamo questa necessità, si potrebbe esser meno stupidi, in realtà. Le tempeste perfette in cui non ricordi il nome. Ti vedo, esuberante nel tuo chiarore virtuale, splendere all’insegna d’un sole che non t’ho mai vista in quelli che lo fai. Ti dissi che le foglie sono lacrime, degli alberi che non vogliono lasciarti andar via. Non voglio l’aborto della mia fantasia di ipocrisia, non ho bisogno di fede, fede assoluta. Loro hanno scelto, ancor prima di rendertene conto. Non si riuscirà mai, a sapere, di cosa sia fatto il mondo, se mi tieni la mano?

Della mirabilia

Della mirabilia

Mi sono perso un attimo all’incrocio tra la quarta e la sesta; non mi ero mai ritrovato tra gli spazi delle strisce pedonali, in quel terreno asfaltato da fondamenta di grigio. Aspettavo la locomotiva per la torre astronomica, quella da dove (ti) si vede per bene e senza sfumature; nelle particolarità del vento mi soffermavo sempre a guardare i minuscoli granelli di polvere portati via a destra e a manca, in un futuro incerto, accorgendomi di non poter(li/ti) vedere.

Quando, poi, ti ritrovai accanto a me sulla seconda panchina di legno vicino il ruscello, al centro della città, mi accorsi di come mi rivedevo nei vestiti che vestivo, realizzando che mi adesso mi vesto per te, per esser (quasi) bello come te. Mi piacque raccontarti di come il senso del meraviglioso coincidesse con gli intervalli di tempo in cui sei e divergesse da quelli in cui non sei. Che la meraviglia, al più, e il non poter vedere o dire, di quanto (tu) sia meraviglia.

Di come si fa a guardare

Di come si fa a guardare

T’ho guardata nella virtù dell’apparenza, nella precisione chirurgica del sole abbattutosi sulle lenzuola nelle prime luci dell’alba. T’ho guardata nello scompartimento più a sud di un treno diretto verso nord, quando la polvere sui vetri minacciava il mare di non consegnare la lettera che aveva per te, la sua Atlantide. T’ho guardata negli incavi invecchiati degli alberi morenti, negli anelli promessi dalla terra al futuro, nell’estensione pericolante verso lidi di prati azzurri e bianchi fiori. T’ho guardata senza chiederti o ascoltar parola, immaginando le parole partecipanti olimpionici alla corsa dei cento metri verso il tuo respiro. T’ho guardata nei miagolii scomposti di una morte ululante nel pieno della notte, quando la luna mescolava la sua luce al rosso acceso della speranza morente. T’ho guardata nel silenzio degli avvoltoi sulla carcassa del sentimento, nel frastuono della vita nel suo ultimo istante. T’ho guardata nelle (parentesi socchiuse) di una sintassi senza semantica alcuna, nelle operazioni elementari e nell’abbandono della logica. T’ho guardata nella formula che apre i mondi, senza conoscerla, e t’ho guardata nelle faglie ellittiche di tutti gli universi che ti contengono.

Chiunque tu sia, t’ho guardata senza sapere come guardarti, e senza saper guardarti t’ho guardata. Chiunque tu sia, metto ora il mio sguardo su di te, perché tu sia il mio sguardo, perché tu sia il mio guardarti, perché tu sia il mio guardare.

Di tutto quel che può valere qualcosa

Di tutto quel che può valere qualcosa

T’ho vista per la prima volta nella incommensurabilità degli errori, propagatisi nell’etere distante sognante danzante; t’ho vista per la prima volta in un punto elenco che iniziava pressappoco narrando che

  • t’ho vista per la prima volta tra l’avere e il vedere;

t’ho vista per la prima volta nell’accezione reale della finestra fiorente sotto la pioggia; t’ho vista per la prima volta nelle pagine di un libro per bambini sporco di caffè e figure vecchio stampo con colori acquerello; t’ho vista per la prima volta negli autori che non ho mai letto, che non t’ho mai vista in quelli che ho già letto, ti conoscerei senza conoscerti; t’ho vista per la prima volta in un ossimoro, e ho capito che non posso capire; t’ho vista per la prima volta sul perimetro di un cerchio disegnato con una biro nera, su di un foglio nero; t’ho vista per la prima volta nell’angolo che formano le foglie nascenti sul busto di una orchidea.

T’ho vista, per la seconda volta, e tutto è valso qualunque cosa potesse valere.

Delle virtù essenziali

Delle virtù essenziali

D’esser rinati sotto forma di pura essenza eterea, il meccanismo non mi è ancor chiarissimo. Ti vedo, esuberante nel tuo chiarore virtuale, splendere all’insegna d’un sole che non tramonta mai. Ti vedo piegare su se stesso il mondo, in barba alle teorie quantistiche; prendi il posto della materia stessa, ti sostituisci alla creazione e diventi tu stessa il creato. Sei in ogni cosa io abbia il piacere o il dispiacere di guardare, di osservare, di accettare o declinare. Sei nel rumore del mare, che mi culla i sogni come fossero bimbi piccini bisognosi d’amore; sei nelle pieghe dello spazio tempo; sei nelle definizioni delle leggi del mondo e rappresenti gli assiomi di tutte le teorie esistenti; sei l’incondizionato movimento delle labbra delle persone quando sorridono; sei nella mente dei compositori, quando fanno il loro mestiere; sei il prolungamento di questa realtà, e ti imponi come costante in questo variabile multiverso; sei l’ondeggiare delle foglie d’autunno sugli alberi strattonati dai venti freddi; sei nella composizione dei fiocchi di neve; sei nelle ripetizioni, nelle presenze e nelle assenze; sei nel destino di ogni cosa essenziale alla vita; sei nella conformazione degli astri.

Sei, nell’accezione più semplice e complessa del poter essere.