Sotto l’insegna di colore arancio di un noto ristorante siberiano navigava un piccolo micio rosso; in quella chiara notte di novembre, rovinava sui ciottoli intrisi d’acqua e speranza con le sue zampe piccine, cercando equilibrio sui baffi e tastando l’aria col naso rosa, cercando di accalappiare qualche odore proveniente dalle cucine di Atlantide.

Sotto l’insegna di colore arancio di un noto ristorante siberiano, restava seduto, coi gomiti sul tavolo, un signore dai baffi argentati e un naso inesistente. Sul lato destro del tavolo aveva una penna, di quelle belle, non stilografiche che oramai son passate di moda, ma di quelle che non passano mai di moda: era una di quelle penne con cui si scrivono ancora le lettere d’amore, quelle lettere belle che non si inviano mai, perché guai a far sapere che si è innamorati.

Sotto l’insegna di colore arancio di un noto ristorante siberiano, restavano in piedi, sotto un ombrello, un uomo e una donna. Entrambi sugli -anta, forse, stavano lì a curiosare tra le vetrine, tra le intercapedini delle porte e tra le gocce di pioggia che, cadendo, scrosciavano sulle finestre ben chiuse delle mansarde, quelle dove la luna di notte si controlla trucco e parrucco. Restavano lì, sotto un ombrello, e bofonchiavano tra loro, ma in modo carino. Erano strani, perché immersi in una specie di baratto: lui si era appena reciso un orecchio, e lei si era cavata un occhio. Lui voleva osservare i dettagli che osservava lei; lei voleva udire i particolari che udiva lui.

Sotto l’insegna di colore arancio di un noto ristorante siberiano, non c’era più nessuno. A quell’ora, erano tutti andati a casa, chi da solo chi accompagnato, e chi non aveva una casa era andato a vivere il mondo. Tutti erano andati via, non vi era più niente e nessuno. Eppure, sotto quella insegna, bastava aprire un attimo gli occhi, bastava fermarsi un attimo ad ascoltare, bastava esserci, per diventare notai della pioggia scrosciante, dei vetri ululanti, della luna gradassa. Bastava esserci, per assistere a tutto ciò che è.

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