T’ho guardata nella virtù dell’apparenza, nella precisione chirurgica del sole abbattutosi sulle lenzuola nelle prime luci dell’alba. T’ho guardata nello scompartimento più a sud di un treno diretto verso nord, quando la polvere sui vetri minacciava il mare di non consegnare la lettera che aveva per te, la sua Atlantide. T’ho guardata negli incavi invecchiati degli alberi morenti, negli anelli promessi dalla terra al futuro, nell’estensione pericolante verso lidi di prati azzurri e bianchi fiori. T’ho guardata senza chiederti o ascoltar parola, immaginando le parole partecipanti olimpionici alla corsa dei cento metri verso il tuo respiro. T’ho guardata nei miagolii scomposti di una morte ululante nel pieno della notte, quando la luna mescolava la sua luce al rosso acceso della speranza morente. T’ho guardata nel silenzio degli avvoltoi sulla carcassa del sentimento, nel frastuono della vita nel suo ultimo istante. T’ho guardata nelle (parentesi socchiuse) di una sintassi senza semantica alcuna, nelle operazioni elementari e nell’abbandono della logica. T’ho guardata nella formula che apre i mondi, senza conoscerla, e t’ho guardata nelle faglie ellittiche di tutti gli universi che ti contengono.

Chiunque tu sia, t’ho guardata senza sapere come guardarti, e senza saper guardarti t’ho guardata. Chiunque tu sia, metto ora il mio sguardo su di te, perché tu sia il mio sguardo, perché tu sia il mio guardarti, perché tu sia il mio guardare.

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