Con il senso estremo di una antica disciplina del rigore nel taschino, si ritrovò fermo al centro di una viuzza contornata di fiori, che costernata dal mostrare le rughe del tempo sui propri muri, di pietre non preziose incastonati, lasciava intravedere il presagio dell’avvenire lì, in cima, su, in basso tra una pletora di persone che non ci sono, lo sgorgare irrequieto di una invisibile covalente follia di idrogeno e ossigeno, nascosta dietro spessi muri di calcestruzzo e ricordi sfumati. Non si poteva guardare, osservare, sentire; si poteva, però, pensare, immaginare, desiderare.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, sui ciottoli color rame sbiadito e grigio fuoco morente. La madreperla riecheggiava nei sui occhi asfaltati dal cielo azzurro, il colletto della camicetta pendeva leggermente sul fianco sinistro, un obliquo sentiero di città usato dai tuffatori come trampolino di lancio per il lago della sua pelle chiara, chiarissima, cristallina nel riflettere il sole, d’intensa luminescenza di primavera infuocata nel falò delle spore dei fiori nati in quei mesi maledetti; le mani, minute e tremanti, segnate non dal tempo bensì dalle mancate occasioni, portavano le piccole dita a pic-nic domenicali con tanto di cestino e tamburelli tra i polpastrelli; la vita, esaspera la cresta iliaca che da più di venticinque anni bussa ferocemente per poter uscire e scappar via, blocca gli occhi di chi oltre vuol guardare, al nulla o al poco più del nulla; le gambe, due torri a sorreggere il cielo anomalo di pitture cotonati, anonimo di significati imbiancati, che velocemente casca all’insù, riscrivendo le leggi del solito dettato astronomico.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, a sembrar quasi contemplare la discesa, stando ben attenta a mai soffermarsi su di un dettaglio particolare, un dettaglio specifico, un dettaglio che avrebbe permesso l’esistenza di un ricordo, nascituro ma non per sé; pensava, quanto debbano soffrir di tristezza i ricordi, condannati a viver la vita degli altri?

Si ritrovò ferma, al cento della viuzza, a guardar la doppia curvatura ad arco, anch’essa segnata dal tempo, scrivere le ultime parole sulle ali dei suoi svassi e tarabusini, tutti invitati alla festa della follia di quel tramonto sgorgante; quest’ultimi, dopo aver guardato il cielo cinguettarono, e decollarono in un avvitamento classico ma elegante, presero quota e finirono per atterrare, in modo prorompente, al centro della follia, anch’essa specchiante il cielo. Solo una dozzina di essi, si librò di nuovo in volo; il resto preferì restare a guardare lo spettacolo del fragore primaverile, ondulare ritmicamente sul posto, con passi di danza liquidi e non effimeri, ritornando innumerevoli volte sullo stesso punto.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, quando il tempo si fermò un attimo, aprì gli occhi e aiutò un forestiero a cercare la casa cercata; indicò, curiosamente, l’ultima sulla sinistra, nel vialetto subito dopo l’incrocio, quello all’americana. Il forestiero arrivò alla porta, appoggiò la scura scure sul lato del porticciolo e bussò due volte, una decisa e l’altra più lieve. La casa rovinò ai piedi del forestiero e i commensali, seduti al tavolo della cucina, saltarono, felici d’esser liberi e malconci nell’anima per quella libertà, verso il cielo di un fiorito rosso crepuscolo.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, quando il tempo trovò la sua via tra i suoi stessi segni, lasciando alla pesantezza della gravità l’insano compito di esplodere quei segni. L’esplosione dei segni creò il mondo del tempo, dove tutto è e non è, attualmente, nell’istante in cui lo si guarda e lo si ascolta; la colonizzazione di quelle terre desolate finì nello stesso, preciso, dettagliato momento del suo ritrovarsi fluttuante, inerme e al sicuro, nella incommensurabilità della fine. E si ritrovò, ferma, sulla riva di quell’azzurro mare interno, a leggere di queste esatte ultime parole, nascoste nelle barbule degli svassi e dei tarabusini, guardiani di quel luogo.

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