Ho fatto un sogno.

La peculiarità dei massimi sistemi si accentua fortemente nel caleidoscopio dei tuoi occhi: camminavi, in modo bizzarro, mi guardavi e mi chiedevi di osservar le anatre o le papere o quel che sono, sguazzare in quell’immenso lago. Dammi la mano, andiamo lassù, spicchiamo il volo e non pensiamoci più: vedi, com’è piccolo il mondo, se mi tieni la mano? Dobbiamo forse affrontar l’esistenza, per capire quanto sia meglio viver? No, non penso. Dimmi, inoltre, di cosa sa l’aria quassù. Per me, sa di nuvole rosa e piccole labbra dettagliate. Prestami il tuo naso, per favore: voglio prender la rincorsa e scivolare giù, tuffarmi a pesce e, riemerso, chiamarti per dirti di raggiungermi, per dirti che il verbo essere perde di significato, se non ci sei.

Ho fatto un sogno, l’ho già detto?

Ho sognato di camminare e contare le foglie autunnali, che piano cadono, levitano al contrario, fanno l’amore con l’aria e l’attrito è il loro frutto; guarda, mi dici, guarda come cadono, come danzano, e allora, se ti va, ti dico, dammi la mano, lascia perder le foglie, preferisco il tuo, di tour en l’aire. Camminavamo, e mentre lei danzava, io vivevo. Sono rimasto fermo a guardarla, mentre camminavo: come sono arrivato qui, mi chiedo. Mi giro, e lei è sempre lì: mi vede guardarla, mi cattura a sé con un rond de jambe e io sorrido. Sai, le dico, sei l’artigiana dei miei sorrisi migliori.

Ho fatto un sogno, sapete? Ho sognato dell’incommensurabilità di osservare il mondo volando su di una foglia gialla, tendente all’arancione ma che sinceramente non so, dato che non vedo i colori. E allora ti stupisci, non lo sapevi già da tempo, forse, che con fare coraggioso sono andato da un oculista e l’ho implorato, supplicato, di cavarmi gli occhi e darli a te. Continui a sorridere, imperterrita, alle mie stupidaggini, e quando sorridi crollano i palazzi, la terra si squarcia a metà, il resto diviene nullo e tu diventi tutto e un po’ di più. Come poco fa, che sei saltata nelle foglie, che hai trascinato anche me, e mi lamento senza farlo sul serio. Ti vedo leggiadra, saltare di foglia in foglia, l’autunno assume i tuoi colori e i tuoi capelli cercano il cielo, e io cerco te.

Ti dissi che le foglie che cadono sono lacrime, degli alberi che non vogliono lasciarti andar via. Mi dissi che le foglie sono lacrime, lacrime degli alberi che non riescono a toccarsi. Ti dissi che forse era vero. Mi dissi che lo era e che noi no, non siamo alberi.

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