Esco quasi sempre tardi dall’ospedale, mi improvviso lanciatore di fondo, ho una lancia in mano ma non so lanciarla, allora non abbasso gli occhi quando c’è qualcosa che non va, che non mi va; c’è qualcuno che danza in quella sala, piroette che non smettono di sfruttare il momento angolare d’una forza quasi sconosciuta, in quella situazione; c’è qualcuno che danza in quella sala, danza sul vento, dona al vento su cui danza un nome, e lo chiama sussurrandolo, “accompagnami fino in camera, ti va?”, si chiama amicizia qualcosa che non c’è ma che magari è come se ci fosse, la vogliamo inventare o no una macchina per sentirci, per far sentire qualcuno meno solo, eh? La tecnologia quasi appassisce e noi non siamo riusciti ancora a far germogliare un fiore, a far sbocciare il sorriso su chi non può uscire a vedere il tramonto, o l’alba.

Ecco: l’alba e il tramonto dovrebbero essere diritti inalienabili per l’essere umano. Io, che non sono un essere umano, mi intristisco quando esco tardi e non vedo il tramonto, o che sento la tristezza da quando l’alba non fa più parte dei miei giorni. L’alba e il tramonto dovrebbero essere delle opzioni da scegliere quando si nasce, con una forte prerogativa al volerli ma non a lasciarli indietro.

L’alba dà la possibilità di osservare la vita nascere, di guardare il sole far l’amore, piano, con il cielo azzurro, “anche oggi qui?”, un cantiere di anime si sveglia per costruire il palazzo del mondo, hanno scelto di dipingerlo di verde e di blu, ma perché, se l’unico colore che conta è il bianco? Ti affacci al balcone, che ore sono, che ore potrebbero essere, fai un caffè, mettilo su e guarda l’alba morire per lasciar spazio al giorno: il gorgogliare della moka fa da campane al funerale a cui assisti ogni mattina, e il figlio prediletto inizia a baciar il mondo, a ricordarci che se possiamo anche privarlo del nostro sguardo ma lui sarà sempre lì a guardarci.

Il tramonto scandisce, per me, la fine della giornata, la fine della vita, la mera esistenza che ha appena preso un treno in una vecchia stazione diroccata; non ha pagato il biglietto, si nasconde in bagno, vuole soltanto superar la notte, scrive sul suo taccuino per ritrovarsi senza parola alcuna in bocca, “fidati di te, riuscirai”, le rotaie squarciano l’anima di una notte che arriva fredda e buia a ritrovar le cose perdute, le cose lasciate. I ticchettii del tramonto definiscono la metrica della musica che ascolterò tutta la notte, senza il tramonto son triste, ancor più triste di quanto potrei esser, preferisco aver osservato quei colori andarsene al non averli mai veduti. Ecco perché, amico tramonto, dovresti aspettarmi, dovresti aspettare tutti, prima di morire.

L’alba e il tramonto dovrebbero essere diritti inalienabili, tali da poter definire invalicabili limiti nell’eterna battaglia tra giorno e notte. L’alba e il tramonto, dovremmo aver tutti la possibilità di osservarli, per ricordarci che nel continuo del nostro essere viviamo attimi discreti.

L’alba e il tramonto, che tu li veda dalla finestra di una camera, dal balcone di una cucina o dalla sala d’aspetto di un ospedale, sono un tuo diritto, anzi, ti dirò di più: ti appartengono. Sono la tua alba e il tuo tramonto.

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