Era appena passato un bambino, correndo, in quella viuzza stretta, un Super Santos a fargli da guida e negli auricolari un tizio in bici che canta, come farà poi, chi lo sa. Periodiche sinusoidi rivoluzionano sul tessuto chiaro e trasparente delle tende della tua finestra, che attratte dall’esterno, si affacciano con fare timido per scrutare il mondo e tutto quello che ne concerne, per guardare le persone passare, per osservare come ad un tratto tutti i ciottoli della stradina che costeggia casa tua siano diventati piccolissimi buchi neri, per evitare che qualcuno possa passar, per evitare che qualcuno possa andar via.

Neanche la violenta folata d’un respiro di Eolo sembra donarti distrazione. La tua camera è costeggiata di fiori, un’invisibile edera abbraccia le pareti e buona parte del pavimento, intraprendente si avvicina ai piedi del tuo letto, chiedendo ad essi un aiuto per risalire, e fermarsi poco prima delle coperte rosse, atte a proteggere e riscaldare il tuo sonno, degnamente sistemate da delle mani piccole, calde, che son costrette a ricordare com’era, vivere. C’è un tappeto, di non so quale materiale, che risplende al centro della stanza, fa da specchio ad un tris di luci che meravigliosamente sbocciano in una moltitudine di colori; sei lì, distesa, ad ascoltar il flebile suono di un disco che non conosce pianura, che con coraggio resta parallelo solo alle onde della tua anima. É nella fluidodinamica del sangue delle tue vene che si possono intravedere sussulti che portano il sistema ad essere, da complesso, non decidibile. C’è una scrivania, ha un cassetto che quasi mai si apre e contiene delle buste, dei fogli, qualche penna, qualcosa che non ricordo, che non riesco a vedere, di cui non mi interessa alcunché. La scrivania è la valle del regno dei tuoi libri, delle tue fantasie, delle storie raccontante e non; c’è un ragazzo, con un leopardo, che ti guardano, mentre dormi, vegliano affinché il mondo possa finire anche senza di te, per lasciarti guardare ancor di più, ancora per un altro po’ di tempo, il grigio dell’incompletezza, per trasformalo nei colori della completezza. C’è un armadio, non porta da nessuna parte, non si ha bisogno di andar via per esser lontani, lì dimorano i tuo vestiti, aspettano che le tue dita chiare gli diano la vita, gli diano la forma della sensualità, che siano meravigliosi carnefici che con un solo tocco possono cancellare la vista ed alimentare l’udito.

C’è un letto, infine, che quasi sembra un tappeto volante, fa la spola dalla tua camera ad uno dei ristoranti al termine dell’universo, nelle notti stellate senza stelle se non il riflesso del buio astronomico sulle tue rosse labbra. Un’unica astronave, che viaggia a velocità supersoniche, non so dirti quanto, esattamente, ancora ci manca la conoscenza, la virtù fisica, la dialettica matematica e i formalismi adatti, per identificare la possibilità di spostamento, di ascensione, di accelerazione, di movimento, di viaggio; posso sol dirti che è il viaggio più interessante che chiunque possa mai fare. Si parte al calare del sole, alla conquista del buio, non si fanno valigie, non si ha bisogno alcunché se non di te al fianco. Ci si tiene stretti, al lenzuolo chiaro e alle coperte rosse, bisogna mettere le cinture, che siano le mie braccia intorno al tuo corpo o che siano le tue intorno al mio, bisogna tener duro, e superare gli scossoni di qualche buca non ancora cementificata. Non c’è guidatore, non guidiamo, noi osserviamo, l’astronave, il tuo letto va da sé, mostra mondo fantastici e lontanissimi, mostra tutto quello che non si è ancor visto, che si è veduto, che si sta vedendo, ma resta, comunque, il miglior modo di rendersi conto che non c’è bisogno di guardar fuori per guardarti dentro, che non c’è bisogno di cercare il mondo altrove quando è lì, immerso in una valle di tessuto ove pois rosa e violacei fanno un picnic alle tre di notte, passano il termos pieno di caffè alla luna, che ne prende un sorso e torna a dormire.

C’è un letto, dentro quella camera, che si rifà alle parole di un tizio assai conosciuto, la cui regressione si basava sullo specificare che se le persone che iniziamo ad amare avessero coscienza di cosa eravamo prima di conoscerle, saprebbero cosa siamo diventati, in cosa c’hanno trasformato, amandole. C’è un letto, che si rifà all’inchiostro scuro di una penna che scrive sulla tua pelle chiara. C’è un letto, che non è più neanche un letto, ma una casa, la cui finestra, adesso, dà sui miei occhi, sul mio volto, sulla mia vita.

Adesso, guarda, fuori dalla tua finestra.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...