Eran appena passate le tre e quattordici di un pomeriggio afoso e isolato; isolato perché non si vedeva nessuno nel circondario, ed ero solo nel centro della città. Sembrava un’apocalisse: una catastrofe di proporzioni bibliche, di quelle proporzioni che verranno stipate in una biblioteca infinita in lunghezza e larghezza, in un abominio di specchi riflettenti l’essenza stessa del vuoto; uno sterminio colossale, che si porta violentemente appresso anche l’immaginazione, così da non lasciarti praticamente nulla, se non i tuoi piedi congiunti nell’incrocio di tutte le strade possibili e immaginabili.

Eran appena passate le tre e quindici di quel pomeriggio e il cielo decise, così, tutto ad un tratto, di precipitare e morire sul terreno spoglio, rinvigorendolo di azzurro e regalandogli il seme della vita eterna. E i miei occhi verdi seguirono la scia della scesa del dio celeste e si persero nel contemplar la magnificenza che un sipario può nascondere: corpi bianchi candidi immersi in un mare di essenze lontanamente percepibili, fusioni subatomiche in teorie misconosciute, inconsueti valori atti a disegnar microcosmi nel più caotico degli ordini.

Eran appena passate le tre e ventidue di quel pomeriggio, e il circondario crollò senza avvertire, e il mondo scomparve, e io restai con i piedi uniti, in bilico, sul filo di una ragnatela che poggiava su infiniti angoli di universo. Nel collidere, tutto divenne uno; io e te restammo due.

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