Di tutto quel che può valere qualcosa

Di tutto quel che può valere qualcosa

T’ho vista per la prima volta nella incommensurabilità degli errori, propagatisi nell’etere distante sognante danzante; t’ho vista per la prima volta in un punto elenco che iniziava pressappoco narrando che

  • t’ho vista per la prima volta tra l’avere e il vedere;

t’ho vista per la prima volta nell’accezione reale della finestra fiorente sotto la pioggia; t’ho vista per la prima volta nelle pagine di un libro per bambini sporco di caffè e figure vecchio stampo con colori acquerello; t’ho vista per la prima volta negli autori che non ho mai letto, che non t’ho mai vista in quelli che ho già letto, ti conoscerei senza conoscerti; t’ho vista per la prima volta in un ossimoro, e ho capito che non posso capire; t’ho vista per la prima volta sul perimetro di un cerchio disegnato con una biro nera, su di un foglio nero; t’ho vista per la prima volta nell’angolo che formano le foglie nascenti sul busto di una orchidea.

T’ho vista, per la seconda volta, e tutto è valso qualunque cosa potesse valere.

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Delle virtù essenziali

Delle virtù essenziali

D’esser rinati sotto forma di pura essenza eterea, il meccanismo non mi è ancor chiarissimo. Ti vedo, esuberante nel tuo chiarore virtuale, splendere all’insegna d’un sole che non tramonta mai. Ti vedo piegare su se stesso il mondo, in barba alle teorie quantistiche; prendi il posto della materia stessa, ti sostituisci alla creazione e diventi tu stessa il creato. Sei in ogni cosa io abbia il piacere o il dispiacere di guardare, di osservare, di accettare o declinare. Sei nel rumore del mare, che mi culla i sogni come fossero bimbi piccini bisognosi d’amore; sei nelle pieghe dello spazio tempo; sei nelle definizioni delle leggi del mondo e rappresenti gli assiomi di tutte le teorie esistenti; sei l’incondizionato movimento delle labbra delle persone quando sorridono; sei nella mente dei compositori, quando fanno il loro mestiere; sei il prolungamento di questa realtà, e ti imponi come costante in questo variabile multiverso; sei l’ondeggiare delle foglie d’autunno sugli alberi strattonati dai venti freddi; sei nella composizione dei fiocchi di neve; sei nelle ripetizioni, nelle presenze e nelle assenze; sei nel destino di ogni cosa essenziale alla vita; sei nella conformazione degli astri.

Sei, nell’accezione più semplice e complessa del poter essere.

Del guardare il tempo venir giù

Del guardare il tempo venir giù

Con il senso estremo di una antica disciplina del rigore nel taschino, si ritrovò fermo al centro di una viuzza contornata di fiori, che costernata dal mostrare le rughe del tempo sui propri muri, di pietre non preziose incastonati, lasciava intravedere il presagio dell’avvenire lì, in cima, su, in basso tra una pletora di persone che non ci sono, lo sgorgare irrequieto di una invisibile covalente follia di idrogeno e ossigeno, nascosta dietro spessi muri di calcestruzzo e ricordi sfumati. Non si poteva guardare, osservare, sentire; si poteva, però, pensare, immaginare, desiderare.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, sui ciottoli color rame sbiadito e grigio fuoco morente. La madreperla riecheggiava nei sui occhi asfaltati dal cielo azzurro, il colletto della camicetta pendeva leggermente sul fianco sinistro, un obliquo sentiero di città usato dai tuffatori come trampolino di lancio per il lago della sua pelle chiara, chiarissima, cristallina nel riflettere il sole, d’intensa luminescenza di primavera infuocata nel falò delle spore dei fiori nati in quei mesi maledetti; le mani, minute e tremanti, segnate non dal tempo bensì dalle mancate occasioni, portavano le piccole dita a pic-nic domenicali con tanto di cestino e tamburelli tra i polpastrelli; la vita, esaspera la cresta iliaca che da più di venticinque anni bussa ferocemente per poter uscire e scappar via, blocca gli occhi di chi oltre vuol guardare, al nulla o al poco più del nulla; le gambe, due torri a sorreggere il cielo anomalo di pitture cotonati, anonimo di significati imbiancati, che velocemente casca all’insù, riscrivendo le leggi del solito dettato astronomico.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, a sembrar quasi contemplare la discesa, stando ben attenta a mai soffermarsi su di un dettaglio particolare, un dettaglio specifico, un dettaglio che avrebbe permesso l’esistenza di un ricordo, nascituro ma non per sé; pensava, quanto debbano soffrir di tristezza i ricordi, condannati a viver la vita degli altri?

Si ritrovò ferma, al cento della viuzza, a guardar la doppia curvatura ad arco, anch’essa segnata dal tempo, scrivere le ultime parole sulle ali dei suoi svassi e tarabusini, tutti invitati alla festa della follia di quel tramonto sgorgante; quest’ultimi, dopo aver guardato il cielo cinguettarono, e decollarono in un avvitamento classico ma elegante, presero quota e finirono per atterrare, in modo prorompente, al centro della follia, anch’essa specchiante il cielo. Solo una dozzina di essi, si librò di nuovo in volo; il resto preferì restare a guardare lo spettacolo del fragore primaverile, ondulare ritmicamente sul posto, con passi di danza liquidi e non effimeri, ritornando innumerevoli volte sullo stesso punto.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, quando il tempo si fermò un attimo, aprì gli occhi e aiutò un forestiero a cercare la casa cercata; indicò, curiosamente, l’ultima sulla sinistra, nel vialetto subito dopo l’incrocio, quello all’americana. Il forestiero arrivò alla porta, appoggiò la scura scure sul lato del porticciolo e bussò due volte, una decisa e l’altra più lieve. La casa rovinò ai piedi del forestiero e i commensali, seduti al tavolo della cucina, saltarono, felici d’esser liberi e malconci nell’anima per quella libertà, verso il cielo di un fiorito rosso crepuscolo.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, quando il tempo trovò la sua via tra i suoi stessi segni, lasciando alla pesantezza della gravità l’insano compito di esplodere quei segni. L’esplosione dei segni creò il mondo del tempo, dove tutto è e non è, attualmente, nell’istante in cui lo si guarda e lo si ascolta; la colonizzazione di quelle terre desolate finì nello stesso, preciso, dettagliato momento del suo ritrovarsi fluttuante, inerme e al sicuro, nella incommensurabilità della fine. E si ritrovò, ferma, sulla riva di quell’azzurro mare interno, a leggere di queste esatte ultime parole, nascoste nelle barbule degli svassi e dei tarabusini, guardiani di quel luogo.

Del mare d’inverno

Del mare d’inverno

Un oceano ghiacciato di speranza riflette il sole del primo mattino. A bordo di una nave, non più tale, un capitano (ri)scrive, sotto forma di un’esistenza effimera, l’incommensurabile segreto della vita eterna. L’inchiostro, asciugandosi nella carta filtrata, marchia morendo l’isola della creazione, lasciando indelebili traccia nelle radici degli alberi, nei fiori appassiti e negli insetti che danzano di fronda in fronda. Nella particolarità dal mare, rivede la virtù delle onde scagliarsi verso il cielo, aggrappare le somiglianze di un azzurro che ad esse non appartiene ma che soltanto di esse parla; vivono un’esistenza atta al riflesso della meraviglia, e la meraviglia stessa vive secondo i loro nome, nasce come rifrazione nel loro mescolarsi e dona colori a coloro che colorano. Nella sua cabina, una targa, di nessun premio, incisa nel castagno, ricorda di ricordarsi di stare lontano almeno tre passi dal mare, per non naufragare. Le nocche, una contro l’altra, scintillano singhiozzi di attimi, istanti passati ad osservare la distesa rifratta, ricordandosi di starne lontani, almeno tre passi, sempre, ogni santo giorno.

Almeno tre passi, lontano dal mare, per non naufragare. E il capitano, nel suo solcarlo, ricorda delle sue tempeste preferite, le “perfette”, da esso denominate. Le tempeste caratterizzate dagli ingorghi nel traffico dei venti, dai gabbiani passanti con le sardine in mezzo al becco, dai polipi ambulanti che ai semafori cercano di pulirti gli oblò. Le tempeste perfette in cui la vedi, camminare semplice sul manto oceanico, rivolta verso casa, lontana da qui, lontana da ogni dove, vicina al punto più lontano dal centro del mondo. Le tempeste, perfette, in cui il naufragio porta alla rottura e allo sfascio, che porta all’inabissarsi, per poter poi, in ultimo, (ri)nascere, (ri)vivere, (r)esistere.

“What we have, darlings and demoiselles, is a circle. Life is round.”

Di uno dei miei sogni, pt. 1

Di uno dei miei sogni, pt. 1

Ho fatto un sogno.

La peculiarità dei massimi sistemi si accentua fortemente nel caleidoscopio dei tuoi occhi: camminavi, in modo bizzarro, mi guardavi e mi chiedevi di osservar le anatre o le papere o quel che sono, sguazzare in quell’immenso lago. Dammi la mano, andiamo lassù, spicchiamo il volo e non pensiamoci più: vedi, com’è piccolo il mondo, se mi tieni la mano? Dobbiamo forse affrontar l’esistenza, per capire quanto sia meglio viver? No, non penso. Dimmi, inoltre, di cosa sa l’aria quassù. Per me, sa di nuvole rosa e piccole labbra dettagliate. Prestami il tuo naso, per favore: voglio prender la rincorsa e scivolare giù, tuffarmi a pesce e, riemerso, chiamarti per dirti di raggiungermi, per dirti che il verbo essere perde di significato, se non ci sei.

Ho fatto un sogno, l’ho già detto?

Ho sognato di camminare e contare le foglie autunnali, che piano cadono, levitano al contrario, fanno l’amore con l’aria e l’attrito è il loro frutto; guarda, mi dici, guarda come cadono, come danzano, e allora, se ti va, ti dico, dammi la mano, lascia perder le foglie, preferisco il tuo, di tour en l’aire. Camminavamo, e mentre lei danzava, io vivevo. Sono rimasto fermo a guardarla, mentre camminavo: come sono arrivato qui, mi chiedo. Mi giro, e lei è sempre lì: mi vede guardarla, mi cattura a sé con un rond de jambe e io sorrido. Sai, le dico, sei l’artigiana dei miei sorrisi migliori.

Ho fatto un sogno, sapete? Ho sognato dell’incommensurabilità di osservare il mondo volando su di una foglia gialla, tendente all’arancione ma che sinceramente non so, dato che non vedo i colori. E allora ti stupisci, non lo sapevi già da tempo, forse, che con fare coraggioso sono andato da un oculista e l’ho implorato, supplicato, di cavarmi gli occhi e darli a te. Continui a sorridere, imperterrita, alle mie stupidaggini, e quando sorridi crollano i palazzi, la terra si squarcia a metà, il resto diviene nullo e tu diventi tutto e un po’ di più. Come poco fa, che sei saltata nelle foglie, che hai trascinato anche me, e mi lamento senza farlo sul serio. Ti vedo leggiadra, saltare di foglia in foglia, l’autunno assume i tuoi colori e i tuoi capelli cercano il cielo, e io cerco te.

Ti dissi che le foglie che cadono sono lacrime, degli alberi che non vogliono lasciarti andar via. Mi dissi che le foglie sono lacrime, lacrime degli alberi che non riescono a toccarsi. Ti dissi che forse era vero. Mi dissi che lo era e che noi no, non siamo alberi.

Dell’alba e del tramonto

Dell’alba e del tramonto

Esco quasi sempre tardi dall’ospedale, mi improvviso lanciatore di fondo, ho una lancia in mano ma non so lanciarla, allora non abbasso gli occhi quando c’è qualcosa che non va, che non mi va; c’è qualcuno che danza in quella sala, piroette che non smettono di sfruttare il momento angolare d’una forza quasi sconosciuta, in quella situazione; c’è qualcuno che danza in quella sala, danza sul vento, dona al vento su cui danza un nome, e lo chiama sussurrandolo, “accompagnami fino in camera, ti va?”, si chiama amicizia qualcosa che non c’è ma che magari è come se ci fosse, la vogliamo inventare o no una macchina per sentirci, per far sentire qualcuno meno solo, eh? La tecnologia quasi appassisce e noi non siamo riusciti ancora a far germogliare un fiore, a far sbocciare il sorriso su chi non può uscire a vedere il tramonto, o l’alba.

Ecco: l’alba e il tramonto dovrebbero essere diritti inalienabili per l’essere umano. Io, che non sono un essere umano, mi intristisco quando esco tardi e non vedo il tramonto, o che sento la tristezza da quando l’alba non fa più parte dei miei giorni. L’alba e il tramonto dovrebbero essere delle opzioni da scegliere quando si nasce, con una forte prerogativa al volerli ma non a lasciarli indietro.

L’alba dà la possibilità di osservare la vita nascere, di guardare il sole far l’amore, piano, con il cielo azzurro, “anche oggi qui?”, un cantiere di anime si sveglia per costruire il palazzo del mondo, hanno scelto di dipingerlo di verde e di blu, ma perché, se l’unico colore che conta è il bianco? Ti affacci al balcone, che ore sono, che ore potrebbero essere, fai un caffè, mettilo su e guarda l’alba morire per lasciar spazio al giorno: il gorgogliare della moka fa da campane al funerale a cui assisti ogni mattina, e il figlio prediletto inizia a baciar il mondo, a ricordarci che se possiamo anche privarlo del nostro sguardo ma lui sarà sempre lì a guardarci.

Il tramonto scandisce, per me, la fine della giornata, la fine della vita, la mera esistenza che ha appena preso un treno in una vecchia stazione diroccata; non ha pagato il biglietto, si nasconde in bagno, vuole soltanto superar la notte, scrive sul suo taccuino per ritrovarsi senza parola alcuna in bocca, “fidati di te, riuscirai”, le rotaie squarciano l’anima di una notte che arriva fredda e buia a ritrovar le cose perdute, le cose lasciate. I ticchettii del tramonto definiscono la metrica della musica che ascolterò tutta la notte, senza il tramonto son triste, ancor più triste di quanto potrei esser, preferisco aver osservato quei colori andarsene al non averli mai veduti. Ecco perché, amico tramonto, dovresti aspettarmi, dovresti aspettare tutti, prima di morire.

L’alba e il tramonto dovrebbero essere diritti inalienabili, tali da poter definire invalicabili limiti nell’eterna battaglia tra giorno e notte. L’alba e il tramonto, dovremmo aver tutti la possibilità di osservarli, per ricordarci che nel continuo del nostro essere viviamo attimi discreti.

L’alba e il tramonto, che tu li veda dalla finestra di una camera, dal balcone di una cucina o dalla sala d’aspetto di un ospedale, sono un tuo diritto, anzi, ti dirò di più: ti appartengono. Sono la tua alba e il tuo tramonto.