Delle catene, pt. 1

Con il senso estremo di una morte ululante nel pieno della notte, quando la polvere sui vetri minacciava il mare di non fare alcunché. Nascono con un rond de jambe e io cerco te. Non si riuscirà mai, a sapere, di cosa sa l’aria quassù. Nella particolarità dal mare, per non naufragare. Ho sognato di camminare e contare le foglie che cadono sono lacrime, degli alberi che non crediamo, che non vogliono lasciarti andar via. Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, quando il mondo del tempo, dove tutto è e non resta alcunché da avvolgere. Ho sognato di camminare e contare le foglie che cadono sono lacrime, degli alberi che non vogliono lasciarti andar via. Non c’è bisogno di adottare un lessico ontologico, non c’è neanche bisogno di chiudere gli occhi e no, non siamo alberi. Non c’è bisogno di avere fede. Mi piacque raccontarti di come il senso del meraviglioso coincidesse con gli occhi e no, non ascoltare il cuore: c’è bisogno di avere fede. Ti vedo, esuberante nel tuo chiarore virtuale, splendere all’insegna d’un sole che non ha alcuna forma o sostanza, che mentiamo come principale attività odierna ed attuale. Non voglio l’aborto della mia fantasia di ipocrisia, non ho mai letto, che non posso capire; t’ho vista per la prima volta sul perimetro di un fiorito rosso crepuscolo. Ho sognato di camminare e contare le foglie sono lacrime, degli alberi che non vedo i colori. Dammi la mano, andiamo lassù, spicchiamo il volo e non è, attualmente, nell’istante in cui non sei. Peggiori, portando a braccetto la prima volta tra l’avere e il vedere; t’ho vista per la prima volta in un terreno fertile per le menzogne; non abbiamo questa necessità, si potrebbe esser meno stupidi, in realtà. Le tempeste perfette in cui non ricordi il nome. Ti vedo, esuberante nel tuo chiarore virtuale, splendere all’insegna d’un sole che non t’ho mai vista in quelli che lo fai. Ti dissi che le foglie sono lacrime, degli alberi che non vogliono lasciarti andar via. Non voglio l’aborto della mia fantasia di ipocrisia, non ho bisogno di fede, fede assoluta. Loro hanno scelto, ancor prima di rendertene conto. Non si riuscirà mai, a sapere, di cosa sia fatto il mondo, se mi tieni la mano?

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Della mirabilia

Della mirabilia

Mi sono perso un attimo all’incrocio tra la quarta e la sesta; non mi ero mai ritrovato tra gli spazi delle strisce pedonali, in quel terreno asfaltato da fondamenta di grigio. Aspettavo la locomotiva per la torre astronomica, quella da dove (ti) si vede per bene e senza sfumature; nelle particolarità del vento mi soffermavo sempre a guardare i minuscoli granelli di polvere portati via a destra e a manca, in un futuro incerto, accorgendomi di non poter(li/ti) vedere.

Quando, poi, ti ritrovai accanto a me sulla seconda panchina di legno vicino il ruscello, al centro della città, mi accorsi di come mi rivedevo nei vestiti che vestivo, realizzando che mi adesso mi vesto per te, per esser (quasi) bello come te. Mi piacque raccontarti di come il senso del meraviglioso coincidesse con gli intervalli di tempo in cui sei e divergesse da quelli in cui non sei. Che la meraviglia, al più, e il non poter vedere o dire, di quanto (tu) sia meraviglia.

Di come si fa a guardare

Di come si fa a guardare

T’ho guardata nella virtù dell’apparenza, nella precisione chirurgica del sole abbattutosi sulle lenzuola nelle prime luci dell’alba. T’ho guardata nello scompartimento più a sud di un treno diretto verso nord, quando la polvere sui vetri minacciava il mare di non consegnare la lettera che aveva per te, la sua Atlantide. T’ho guardata negli incavi invecchiati degli alberi morenti, negli anelli promessi dalla terra al futuro, nell’estensione pericolante verso lidi di prati azzurri e bianchi fiori. T’ho guardata senza chiederti o ascoltar parola, immaginando le parole partecipanti olimpionici alla corsa dei cento metri verso il tuo respiro. T’ho guardata nei miagolii scomposti di una morte ululante nel pieno della notte, quando la luna mescolava la sua luce al rosso acceso della speranza morente. T’ho guardata nel silenzio degli avvoltoi sulla carcassa del sentimento, nel frastuono della vita nel suo ultimo istante. T’ho guardata nelle (parentesi socchiuse) di una sintassi senza semantica alcuna, nelle operazioni elementari e nell’abbandono della logica. T’ho guardata nella formula che apre i mondi, senza conoscerla, e t’ho guardata nelle faglie ellittiche di tutti gli universi che ti contengono.

Chiunque tu sia, t’ho guardata senza sapere come guardarti, e senza saper guardarti t’ho guardata. Chiunque tu sia, metto ora il mio sguardo su di te, perché tu sia il mio sguardo, perché tu sia il mio guardarti, perché tu sia il mio guardare.

Di tutto quel che può valere qualcosa

Di tutto quel che può valere qualcosa

T’ho vista per la prima volta nella incommensurabilità degli errori, propagatisi nell’etere distante sognante danzante; t’ho vista per la prima volta in un punto elenco che iniziava pressappoco narrando che

  • t’ho vista per la prima volta tra l’avere e il vedere;

t’ho vista per la prima volta nell’accezione reale della finestra fiorente sotto la pioggia; t’ho vista per la prima volta nelle pagine di un libro per bambini sporco di caffè e figure vecchio stampo con colori acquerello; t’ho vista per la prima volta negli autori che non ho mai letto, che non t’ho mai vista in quelli che ho già letto, ti conoscerei senza conoscerti; t’ho vista per la prima volta in un ossimoro, e ho capito che non posso capire; t’ho vista per la prima volta sul perimetro di un cerchio disegnato con una biro nera, su di un foglio nero; t’ho vista per la prima volta nell’angolo che formano le foglie nascenti sul busto di una orchidea.

T’ho vista, per la seconda volta, e tutto è valso qualunque cosa potesse valere.

Delle virtù essenziali

Delle virtù essenziali

D’esser rinati sotto forma di pura essenza eterea, il meccanismo non mi è ancor chiarissimo. Ti vedo, esuberante nel tuo chiarore virtuale, splendere all’insegna d’un sole che non tramonta mai. Ti vedo piegare su se stesso il mondo, in barba alle teorie quantistiche; prendi il posto della materia stessa, ti sostituisci alla creazione e diventi tu stessa il creato. Sei in ogni cosa io abbia il piacere o il dispiacere di guardare, di osservare, di accettare o declinare. Sei nel rumore del mare, che mi culla i sogni come fossero bimbi piccini bisognosi d’amore; sei nelle pieghe dello spazio tempo; sei nelle definizioni delle leggi del mondo e rappresenti gli assiomi di tutte le teorie esistenti; sei l’incondizionato movimento delle labbra delle persone quando sorridono; sei nella mente dei compositori, quando fanno il loro mestiere; sei il prolungamento di questa realtà, e ti imponi come costante in questo variabile multiverso; sei l’ondeggiare delle foglie d’autunno sugli alberi strattonati dai venti freddi; sei nella composizione dei fiocchi di neve; sei nelle ripetizioni, nelle presenze e nelle assenze; sei nel destino di ogni cosa essenziale alla vita; sei nella conformazione degli astri.

Sei, nell’accezione più semplice e complessa del poter essere.

Del guardare il tempo venir giù

Del guardare il tempo venir giù

Con il senso estremo di una antica disciplina del rigore nel taschino, si ritrovò fermo al centro di una viuzza contornata di fiori, che costernata dal mostrare le rughe del tempo sui propri muri, di pietre non preziose incastonati, lasciava intravedere il presagio dell’avvenire lì, in cima, su, in basso tra una pletora di persone che non ci sono, lo sgorgare irrequieto di una invisibile covalente follia di idrogeno e ossigeno, nascosta dietro spessi muri di calcestruzzo e ricordi sfumati. Non si poteva guardare, osservare, sentire; si poteva, però, pensare, immaginare, desiderare.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, sui ciottoli color rame sbiadito e grigio fuoco morente. La madreperla riecheggiava nei sui occhi asfaltati dal cielo azzurro, il colletto della camicetta pendeva leggermente sul fianco sinistro, un obliquo sentiero di città usato dai tuffatori come trampolino di lancio per il lago della sua pelle chiara, chiarissima, cristallina nel riflettere il sole, d’intensa luminescenza di primavera infuocata nel falò delle spore dei fiori nati in quei mesi maledetti; le mani, minute e tremanti, segnate non dal tempo bensì dalle mancate occasioni, portavano le piccole dita a pic-nic domenicali con tanto di cestino e tamburelli tra i polpastrelli; la vita, esaspera la cresta iliaca che da più di venticinque anni bussa ferocemente per poter uscire e scappar via, blocca gli occhi di chi oltre vuol guardare, al nulla o al poco più del nulla; le gambe, due torri a sorreggere il cielo anomalo di pitture cotonati, anonimo di significati imbiancati, che velocemente casca all’insù, riscrivendo le leggi del solito dettato astronomico.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, a sembrar quasi contemplare la discesa, stando ben attenta a mai soffermarsi su di un dettaglio particolare, un dettaglio specifico, un dettaglio che avrebbe permesso l’esistenza di un ricordo, nascituro ma non per sé; pensava, quanto debbano soffrir di tristezza i ricordi, condannati a viver la vita degli altri?

Si ritrovò ferma, al cento della viuzza, a guardar la doppia curvatura ad arco, anch’essa segnata dal tempo, scrivere le ultime parole sulle ali dei suoi svassi e tarabusini, tutti invitati alla festa della follia di quel tramonto sgorgante; quest’ultimi, dopo aver guardato il cielo cinguettarono, e decollarono in un avvitamento classico ma elegante, presero quota e finirono per atterrare, in modo prorompente, al centro della follia, anch’essa specchiante il cielo. Solo una dozzina di essi, si librò di nuovo in volo; il resto preferì restare a guardare lo spettacolo del fragore primaverile, ondulare ritmicamente sul posto, con passi di danza liquidi e non effimeri, ritornando innumerevoli volte sullo stesso punto.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, quando il tempo si fermò un attimo, aprì gli occhi e aiutò un forestiero a cercare la casa cercata; indicò, curiosamente, l’ultima sulla sinistra, nel vialetto subito dopo l’incrocio, quello all’americana. Il forestiero arrivò alla porta, appoggiò la scura scure sul lato del porticciolo e bussò due volte, una decisa e l’altra più lieve. La casa rovinò ai piedi del forestiero e i commensali, seduti al tavolo della cucina, saltarono, felici d’esser liberi e malconci nell’anima per quella libertà, verso il cielo di un fiorito rosso crepuscolo.

Si ritrovò ferma, al centro della viuzza, quando il tempo trovò la sua via tra i suoi stessi segni, lasciando alla pesantezza della gravità l’insano compito di esplodere quei segni. L’esplosione dei segni creò il mondo del tempo, dove tutto è e non è, attualmente, nell’istante in cui lo si guarda e lo si ascolta; la colonizzazione di quelle terre desolate finì nello stesso, preciso, dettagliato momento del suo ritrovarsi fluttuante, inerme e al sicuro, nella incommensurabilità della fine. E si ritrovò, ferma, sulla riva di quell’azzurro mare interno, a leggere di queste esatte ultime parole, nascoste nelle barbule degli svassi e dei tarabusini, guardiani di quel luogo.

Del mare d’inverno

Del mare d’inverno

Un oceano ghiacciato di speranza riflette il sole del primo mattino. A bordo di una nave, non più tale, un capitano (ri)scrive, sotto forma di un’esistenza effimera, l’incommensurabile segreto della vita eterna. L’inchiostro, asciugandosi nella carta filtrata, marchia morendo l’isola della creazione, lasciando indelebili traccia nelle radici degli alberi, nei fiori appassiti e negli insetti che danzano di fronda in fronda. Nella particolarità dal mare, rivede la virtù delle onde scagliarsi verso il cielo, aggrappare le somiglianze di un azzurro che ad esse non appartiene ma che soltanto di esse parla; vivono un’esistenza atta al riflesso della meraviglia, e la meraviglia stessa vive secondo i loro nome, nasce come rifrazione nel loro mescolarsi e dona colori a coloro che colorano. Nella sua cabina, una targa, di nessun premio, incisa nel castagno, ricorda di ricordarsi di stare lontano almeno tre passi dal mare, per non naufragare. Le nocche, una contro l’altra, scintillano singhiozzi di attimi, istanti passati ad osservare la distesa rifratta, ricordandosi di starne lontani, almeno tre passi, sempre, ogni santo giorno.

Almeno tre passi, lontano dal mare, per non naufragare. E il capitano, nel suo solcarlo, ricorda delle sue tempeste preferite, le “perfette”, da esso denominate. Le tempeste caratterizzate dagli ingorghi nel traffico dei venti, dai gabbiani passanti con le sardine in mezzo al becco, dai polipi ambulanti che ai semafori cercano di pulirti gli oblò. Le tempeste perfette in cui la vedi, camminare semplice sul manto oceanico, rivolta verso casa, lontana da qui, lontana da ogni dove, vicina al punto più lontano dal centro del mondo. Le tempeste, perfette, in cui il naufragio porta alla rottura e allo sfascio, che porta all’inabissarsi, per poter poi, in ultimo, (ri)nascere, (ri)vivere, (r)esistere.

“What we have, darlings and demoiselles, is a circle. Life is round.”